Politica

Intervista a Pietro Bartolo

Nostra intervista a Pietro Bartolo, medico di Lampedusa e neo Deputato Europeo

Pietro Bartolo nasce il 10 febbraio 1956 a Lampedusa in una famiglia di pescatori e nel 1988 viene nominato responsabile del gabinetto medico dell’Aeronautica militare a Lampedusa e dal 1989 è il medico dell’isola. Il primo sbarco lo ha visto nel ’91, erano solo in tre. Da quel giorno ha salvato, visitato e curato più di 400mila persone.
Difficilissimo smettere di ascoltare Pietro Bartolo, mentre commenta una serie di incredibili fotografie e racconta alcune sue drammatiche esperienze e considerazioni.

Il Mediterraneo era definito la culla della civiltà. Si mischiavano culture, costumi e tradizioni.
L’incontro tra Popoli e culture diverse ha fatto crescere le specie e le civiltà.
Oggi i Popoli portano le loro sofferenze. Tragedie che li spingono a scappare dalla loro terra, a fuggire da guerre, dalle persecuzioni, dalla fame, dalla miseria. Oggi non si riesce a comprendere cosa spinge queste persone a lasciare la propria terra e la propria casa. Nessuno abbandona la propria terra se non è costretto.
I lampedusani sono un popolo di pescatori, e i pescatori accolgono tutto ciò che viene dal mare.
Lampedusa è un’ isola d ‘accoglienza, una porta sempre aperta e che accolglie tutti; è l’isola della solidarietà, non ha mai posato un muro, o un filo spinato, è una porta sempre aperta sul Mediterraneo, un mare che ci ha dato tutto e ci ha tolto tutto, ma è un mare di vita e non deve essere un equilibrio cimitero. Anche noi siciliani siamo stati migranti, siamo tutti migranti. Veniamo dalla Sicilia, dalla Tunisia, dalla Grecia, dalla Spagna. Siamo un popolo che viene dal Mediterraneo. Siamo un popolo di pescatori, abbiamo il virus dell’accoglienza, e lo avremo sempre.
Queste persone non devono arrivare per mare; devono arrivare in sicurezza, devono avere l’assoluta certezza di arrivare vivi. È necessario organizzare dei corridoi umanitari, accordi con i loro paesi d’origine, Libia, Tunisia, Egitto, Siria, Marocco, deve essere un accordo che li faccia arrivare in totale sicurezza, non a morire nei campi in Libia.
Questi Uomini devono essere accolti e rispettati, secondo quelli che sono i diritti umani. Tutti abbiamo il diritto di vivere una vita migliore: se per fare questo devono venire in Europa, allora dobbiamo garantirglielo.
Il 3 ottobre del 2013 sono morte 368 persone. Non 368 pesci, erano bambini, donne, donne che avevano partorito sui gommoni, uomini, ragazzini. Erano persone. Erano quasi arrivati al mondo che avevano tanto sperato, erano a pochi metri dal porto.
Abbiamo dovuto assistere all’arrivo dei cadaveri, recuperare i cadaveri, cadaveri, solo cadaveri. È stato veramente un colpo mortale alla nostra anima. Ho dovuto fare tutte quelle ispezioni cadaveriche, ho dovuto aprire quei sacchi. È stato terribile.
Non potrò mai dimenticare il bambino con i calzoncini rossi, mi sono sentito male. Sembrava vivo. L’ho spogliato subito, immediatamente, ho tentato di auscultare il suo piccolo cuore, ho cercato un battito, l’ho guardato intensamente negli occhi per capire se c’era qualche movimento delle pupille. Niente, niente da fare! Quel bambino era morto. Mi è rimasto impresso nella mente. È il mio incubo più frequente.
Non dare retta a chi dice che i medici sono desensibilizzati. Un medico è una persona, un essere umano che vede delle persone morte, persone che sono state torturate, persone che hanno perso i propri bambini, impossibile abituarti. Potrebbero essere i tuoi figli, potrebbe essere tuo padre, tua madre, tua sorella, non puoi abituarti a queste atrocità.
Non sono morti per cause naturali o per una malattia; che male ha fatto, cosa può aver commesso un bambino di due anni, di tre anni, per morire in quel modo?
Sono stati costretti a scappare dai loro Paesi e dalle loro terre, ad attraversare il deserto fino a raggiungere la Libia, l’inferno della Libia fatto di sevizie, torture e violenze.
La malattia del gommone non è una vera malattia, io l’ho voluta chiamare così. Ho cominciato a vederla da quando i trafficanti usano i gommoni, cioè proprio dal 3 ottobre 2013. L’Italia ha pensato di mettere in campo l’operazione Mare Nostrum, dove le navi andavano fino quasi alla costa libica per evitare di farli morire. Questo purtroppo si è tradotto in qualcosa di negativo, pur essendo un’operazione lodevole. I trafficanti hanno approfittato della situazione. Non comprano più quelle barche importanti, quelle che venivano chiamate carrette del mare. Per risparmiare, e risparmiano parecchio, comprano i canotti, non gommoni, sono canotti, quelli che si gonfiano con la bocca quando si portano i bambini al mare. Sono grandi, ma restano pur sempre dei canotti. Canotti monostrato che affondano con un buco.
Non hanno nemmeno la chiglia e ci caricano sopra 120, 130, 150 persone.
Questi canotti sono spinti da un motore a benzina. I migranti cercano di rabboccare il carburante con le taniche, allora la benzina cade sul fondo e si mischia all’acqua che c’è a bordo. Il risultato è una miscela pericolosissima. Non fa male subito , la sopportano benissimo , ma nel frattempo fa un danno enorme. Crea ustioni chimiche, da contatto, ustioni che portano spesso alla morte e, quando queste donne non muoiono, rimangono deturpate.
Le donne sono sempre quelle che soffrono più di tutti, anche quando non c’entra la violenza sessuale, come in questo caso. Le fanno mettere nel centro, sedute, ma non lo fanno per male. Lo fanno per proteggerle. Gli uomini stanno sul bordo del gommone, vicino alle onde, e le donne nel centro, ma così si ricoprono di acqua e benzina. È una semplice questione di rispetto nei confronti delle donne che si trasforma in qualcosa di negativo.
È sbagliato chiudersi. Chiudere significa mettere un muro, mettere il filo spinato, lasciare gli altri fuori. Ma alla fine sei tu che rimani chiuso dentro. Siamo tutti prigionieri, quando invece la cosa più bella è aprirsi agli altri. Era questo il senso dell’Unione Europea, dovrebbe essere il senso di tutto il mondo, perché siamo tutti cittadini del mondo e abbiamo il diritto di sopravvivere. Il diritto di avere una vita dignitosa e di avere assicurati quantomeno i diritti umani, e per diritti umani intendo anche il diritto principe, il diritto alla vita.”